"Dunque. Al mondo ci sono i cretini, gli imbecilli, gli stupidi e i matti." "Avanza qualcosa?" "Sì, noi due, per esempio. O almeno, non per offendere, io."

sabato, luglio 08, 2006

Vaselina

La trepida attesa per la finalissima dei Mondiali di calcio da cui tutta l’Italia si aspetta d’essere laureata campione è stata riempita in questi giorni dal dibattimento del processo sportivo contro Juventus, Lazio, Fiorentina, Milan ed altri 25 tesserati, nonché dalle polemiche che lo hanno accompagnato. Come ogni buon appassionato di calcio, ho seguito l’evolversi dello scandalo di «Calciopoli» sin dalle sue prime battute e se, all’inizio, al timore che (secondo l’italico costume) la burrascosa tempesta si risolvesse in un bicchier d’acqua si accompagnava anche la speranza che si stesse finalmente mettendo un punto all’inspiegabile, reciproca estraneità dei concetti di calcio e regole, oggi avverto soltanto un fetido odoraccio di colpo di spugna. Durante i primi giorni di «Moggiopoli», mi sono preso la briga di scrivere (ovviamente senza altra ragione che non fosse la mia coscienza di consumatore consapevole) al direttore della Gazzetta dello Sport, Verdelli, annunciandogli che l’atteggiamento peloso, tenuto dal suo giornale sulla vicenda, aveva costretto un affezionato lettore, quale io ero, a rinunciare definitivamente al piacere della lettura della rosea. Semplicisticamente, avevo attribuito all’importante presenza della FIAT tra gli azionisti del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera (di cui la Gazzetta è un fiore all’occhiello) un ruolo determinante nella definizione della linea editoriale del giornale. Così, ho inteso esercitare la sola libertà concessa a noi piccole “cellule di consumo”, ovvero quella di astenersi dal consumare. Dopo due mesi e mezzo, però, il desolante panorama del giornalismo italiano (sportivo e non soltanto) mi rende obbligatorio fare una severa autocritica: erroneamente ho identificato nella Gazzetta un exemplum, perché, fatte salve pochissime e vivaci eccezioni, va detto che è l'intero sistema dell’informazione italiana (che con il calcio governato dal sistema di potere oggi sotto processo ha lavorato tanto e proficuamente) ad attuare, in maniera estremamente compatta ed a tutti i livelli, una strategia di saturazione e ammorbidimento dell’opinione pubblica tanto chirurgica, quanto terribilmente efficace.
Io vivo a Roma, città di grande passione calcistica, dove l’amore sviscerato dei romani per i colori giallorossi e biancazzurri ha creato nell’etere un enorme spazio, da anni occupato da radio private le più varie. Esse hanno di solito stili (e dunque target) molto diversi. Si va da trasmissioni che danno voce direttamente agli ultrà, a programmi che trattano in maniera quasi compulsiva ogni aspetto della vita quotidiana della Roma o della Lazio, ad altre ancora, caratterizzate certamente da una maggiore professionalità, che ospitano importanti firme giornalistiche e trattano il calcio in maniera più seria. A tale variabilità non ha affatto corrisposto (come ingenuamente presumevo sarebbe accaduto) un’articolazione di reazioni altrettanto polimorfa. È addirittura affascinante vedere come oggi sempre più a stento i “telefonatori da casa”, gli “intervistati in strada”, quelli che scrivono alle redazioni riescano a tenere ferma la barra del proprio timone emozionale verso il punto “indignazione feroce erga omnes”, indicato loro solo pochi giorni fa dalle stesse radio, dalle stesse televisioni, dagli stessi giornali. Al momento della pubblicazione delle intercettazioni, s’è scatenata infatti una canea giustizialista per la quale: i) Moggi, ovvero colui che ha rotto il giocattolo più amato dagli italiani, dovrebbe essere scuoiato e messo sotto sale; ii) Carraro bisognerebbe fosse espulso dall’Italia, in quanto nemico del popolo; iii) tutti i componenti dell’universo calcio (istituzioni calcistiche, presidenti, dirigenti, società, calciatori, massaggiatori, etc. etc.) dovrebbero necessariamente essere coinvolti nell’indagine, processati e condannati, perché tutti sapevano e tutti, dunque, sono marci (tranne i giornalisti, compresi quelli che figurano nei verbali delle intercettazioni, i quali sono invece rari esempi di cristallina deontologia professionale). E già qui il terzo punto poco si parla con i primi due.
In ogni caso, le intercettazioni telefoniche non hanno lasciato scampo ai soggetti coinvolti che sono stati costretti chi a dimettersi (Galliani, obtorto collo), chi, addirittura, ad autoradiarsi prima del processo (lo stesso Moggi). Ed ecco serviti i capri espiatori, i banditi, i cattivoni, cioè quelli, lo si sa, che devono per forza esserci se si vuole che il feuilleton piaccia al pubblico. Intanto, in concomitanza con la chiusura dell’inchiesta, cioè alla vigilia delle richieste del procuratore federale, il tam-tam dei mezzi di comunicazione riferiva in maniera allarmata di una Juventus che “addirittura starebbe rischiando la B”. Questo è un secondo elemento della strategia con cui si sta preparando l’“atterraggio morbido” sull’opinione pubblica di una sentenza mite: si accredita come estremamente pesante una sanzione che, alla lettera del diritto sportivo, non è in realtà né sufficiente né adeguata (un po’ come fanno quegli allenatori di squadre importanti quando, in sede di presentazione di una partita contro l’Albinoleffe o il Canicattì, severamente illustrano le difficoltà della gara). In realtà, il diritto sportivo (che pure configura un ordinamento tutt’altro che perfetto e niente affatto in grado di disciplinare le diverse fattispecie che si sono verificate) su questo punto è invece chiarissimo: per le società che abbiano responsabilità dirette (ovvero dovute agli atti di suoi dirigenti con potere di firma) nel compimento reiterato di illeciti sportivi di particolare gravità, la pena prevista è la retrocessione in una serie inferiore, identificata secondo convenienza dalla giustizia sportiva. Ora, sostenere che quanto emerge dalle intercettazioni telefoniche a carico del Direttore Generale della Juventus non configuri esattamente quanto previsto dal diritto sportivo è davvero arduo. Ma, si sa, una bugia ripetuta continuamente dalla radio, dalla tv e dai giornali finisce per assomigliare ad una mezza verità. Luciano Moggi finirà per essere ricordato come un semplice sbruffone che in quattrocentomila telefonate annue fingeva di avere un potere che in realtà non possedeva? Big Luciano come il miles gloriosus di Plautiana memoria? Non voglio crederlo, anche perché non mi pare proprio abbia quel che si dice il physique du role.
La terza ed ultima fase della costruzione dell’enorme ciambella di salvataggio, con cui si sta tentando di imbracare chi ora è disperso in mare, in balia delle alte onde del desiderio di giustizia degli sportivi italiani, è quella che è iniziata all’apertura del processo sportivo. Nei giorni in cui il dibattimento in aula ha avuto luogo, il sistema dell’informazione ha iniziato a bollare come “ingiusto” il processo, come “sommaria” una giustizia che ha la necessità (ma anche il dovere) di rispettare le scadenze imposte dal calendario delle attività calcistiche europee della prossima stagione. Si è parlato, davvero a sproposito, di “compressione del diritto di difesa”, di “sentenze già scritte”. Io credo che i motivi di tanto strepitare siano da ricercarsi più in un altro fatto: al contrario di quanto accade nel rito ordinario, il giudizio sportivo ha un procedura elementare, se non addirittura basica, che non offre a chi patrocina gli imputati la possibilità di costruire una difesa dal processo.
I buoni avvocati, quando si trovano a difendere un imputato contro cui sono state raccolte prove schiaccianti, sanno di non poter percorrere la via di una difesa nel merito delle contestazioni. Allora, tentano di salvare il loro assistito in altra maniera, magari arrivando alla prescrizione, tenendo un comportamento processuale assimilabile al più accanito filibustering parlamentare. In quei casi, assicurare la massima tutela a chi è sottoposto al giudizio è un interesse preminente dell’ordinamento giuridico, anche a costo di perpetrare un’ingiustizia sostanziale, qual è una prescrizione del reato ottenuta dalla difesa tramite un utilizzo a fini ostruzionistici di tutte le forme di garanzia dell’imputato. Il processo sportivo, che nasce – ricordiamolo – non per decidere le sorti di imprese multinazionali, quali sono oggi le società di calcio, ma per accertare se un arbitro ha accettato o meno un cavallo in cambio della propria benevolenza piuttosto che per stabilire se il difensore che ha dato una brutta pedata all’attaccante sia meritevole di due ovvero tre giornate di squalifica, non offre alle difese queste opportunità. In qualsiasi modo finisca la vicenda di «Calciopoli», essa ha reso evidente come non sia oltremodo tollerabile che un fenomeno come il calcio professionistico, che è sì sportivo, ma oggi anche e soprattutto economico e vede legittimi interessi di terzi non tesserati del valore di milioni di euro, non cada sotto la giurisdizione amministrativa dello Stato (magari nell’ambito di una sua branca dedicata in via esclusiva allo sport). La questione, oggetto di dibattito da anni, ha visto sempre prevalere i fautori della cosiddetta “salvaguardia dell’autonomia dello sport” (elegante locuzione, traducibile più o meno con: “meno gente esterna ficca il naso nelle cose nostre e meglio è”), ma oggi, dopo tutto quel che è emerso, sarebbe francamente indifendibile insistere nel non mutare decisamente indirizzo.
Tutto ciò detto, questo processo deve essere oggi celebrato secondo le regole vigenti del diritto sportivo. Invece, persino il Ministro di Grazia e Giustizia spinge perché, magari a celebrazione di una vittoria importante della Nazionale, sia un’amnistia generalizzata a chiudere il momento nero del calcio italiano. D’altronde, si sa, egli è amico fraterno del presidente della Fiorentina, la quale in questa vicenda ha il ruolo del “Cane di paglia”. Per chi non ricorda, nel meraviglioso e terribile film di Sam Peckinpah, Dustin Hoffman, da mite contadino, si tramuta in efferato omicida, quando un gruppo di sbandati gli tocca casa e famiglia. Se, da un lato, è verità assoluta che la Fiorentina sia stata vessata per tutta la seconda parte del campionato 2004/2005 da arbitraggi volutamente sfavorevoli, dall’altro lato è ben documentato dalle intercettazioni telefoniche come i fratelli Della Valle, per evitare la retrocessione in B (e gli ingenti danni economici che da essa avrebbero patito), abbiano invitato a pranzo alti esponenti della Federazione ed in quella occasione abbiano offerto (oltre ad una gustosissima bistecca alla fiorentina) ampie rassicurazioni sulla loro intenzione di desistere dal dare ulteriormente battaglia per ottenere un cambio al vertice della Lega Calcio. Da quel momento, un magico incastro di risultati (tanto della Fiorentina, quanto delle altre squadre coinvolte nella lotta per non retrocedere) ha portato i viola ad un’agevole salvezza. Purtroppo per il sig. Tod’s (che ritengo una brava persona, di cui il mondo del calcio ha molto bisogno), per il diritto sportivo non rileva se l’illecito sia stato compiuto “per legittima difesa”. Tecnicamente, la posizione della Fiorentina (e della Lazio, l’altra squadra la cui linea difensiva è tesa a dimostrare che non s’è perseguito slealmente un vantaggio, ma si è soltanto operata una tutela dei propri interessi a fronte delle altrui prevaricazioni) differisce da quella della Juventus solamente per la mancata reiterazione dei comportamenti illeciti. Pertanto, Lazio e Fiorentina sono, secondo la lettera del diritto sportivo, passibili di retrocessione in B. Se le tesi dell’accusa venissero accolte, la stessa pena dovrebbe essere irrogata ai danni del Milan, per aver costituito (a leggere le intercettazioni) un pool di guardalinee di propria fiducia. Come nel caso della Juventus, si tratta di gravi illeciti reiterati. Manca però il requisito della responsabilità diretta della società (cui viene contestata soltanto una responsabilità oggettiva), perché accusato di aver messo in piedi un “controsistema” in grado di pilotare le designazioni degli assistenti di linea è stato il dirigente addetto agli arbitri e non il direttore generale o l’amministratore delegato.
Facendo un’analisi dei fatti per come li abbiamo saputi, appare evidente che diversi sono i ruoli e diverse le responsabilità. È chiaro che: i) Juventus e Milan erano i gestori del sistema, l’una controllando arbitri e mercato dei calciatori, l’altra il mercato dei diritti radiotelevisivi ed i guardalinee; ii) l’oligopolio è stato collusivo, almeno fino a un paio di stagioni fa. Forse, anzi sicuramente, la ragione della scoperta di questo sistema di potere così pervasivo e blindato risiede proprio nell’entrata in crisi del matrimonio biancorossonero; iii) la Fiorentina s’è opposta all’establishment (nonostante sia scritto dappertutto di non disturbare il guidatore), è stata piegata ed è andata a parlare con i “conducenti del bus” perché terminassero le vessazioni arbitrali; iv) alla Lazio non si possa contestare in alcun modo di aver direttamente fatto parte della “cupola”, ma essa ha avuto i benefici che spettano agli “amici degli amici”. Probabilmente, anche altre squadre che non osteggiavano il duopolio avranno ricevuto favori al pari della Lazio, così come nel 1980 ci saranno stati anche altri calciatori che scommettevano oltre a quelli che hanno pagato dazio.
Anche tenendo conto di tutto questo, resta che oggi sono a processo queste 29 persone (tra fisiche e giuridiche) ed esse vanno giudicate per quello che stabilisce la norma sportiva. Le richieste del procuratore Palazzi mi sono sembrate di una correttezza esemplare. Sappiamo che poi, in barba a qualsiasi clausola compromissoria, queste vicende arriveranno (com’è naturale) di fronte ai tribunali ordinari e lì gli avvocati torneranno a giocare in casa. Non credo che la sentenza del processo sportivo, attesa per i prossimi giorni, riserverà molte sorprese. Lo stesso non mi sento di dire, pensando alle future sentenze della Corte Federale e, se ci si arriverà, del TAR e del Consiglio di Stato. (Per completezza d’informazione, è il caso di ricordare che il presidente del TAR del Lazio - che sarà territorialmente competente - è stato in passato presidente della Corte d’Appello Federale della FIGC.)
È a queste seconde sentenze che il sistema della comunicazione sta preparando l’opinione pubblica. Due sono i messaggi che, con diverse nuances, oggi vengono passati in maniera martellante: i) non è giusto che Fiorentina e Lazio paghino, perché hanno subito il potere del duopolio o comunque non vi partecipavano attivamente; ii) se proprio questi giudici sportivi (che hanno fatto di tutta l’erba un fascio e non hanno dato modo agli imputati di organizzare la difesa) devono per forza condannare, ebbene che si regolino con le sanzioni. La tesi suggerita è più o meno la seguente: la Juventus è colpevole più degli altri, quindi le pene andranno necessariamente modulate in relazione a quanto sarà erogato ai torinesi. Ma siccome il movimento calcistico, anzi l’azienda-calcio, può permettersi a stento una Juventus in B (diciamo al massimo per un anno), è dunque fuori discussione che i bianconeri finiscano davvero in serie C. Allora, necessariamente (anzi “per giustizia”, sic!), le altre società coinvolte dovranno rimanere in serie A, magari con delle penalizzazioni.
Assisteremo ad un caso di “assoluzione sommaria per via mediatica”, simile a quella che salvò il colpevolissimo O.J. Simpson? Lo temo.

1 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Visto che il post ha la sua lunghezza, saltellando qua e là al mio solito, l'ho letto e direi che condivido, soprattutto i timori che alla fine ci sarà la ciambella che salverà dall'affondo.
Ma così si perderà ancora di più la credibilità nella giustizia... ok, è un gioco... ma hanno frodato!
Sono aziende in borsa, hanno fatto operazioni simili all'aggiotaggio
Qualcuno, Fiorani, è andato in prigione per questo...

Per ora (ricorsi esclusi) le pene sono già state più basse di quello che speravo!
Che ci fa ancora in Milan in A?
E la Juve in B?

Va beh... steremo a vedere l'evolversi delle indagini e dei ricorsi!
Ciao :-)

17 luglio, 2006 13:15

 

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